mercoledì 25 aprile 2012

Capitolo 5 - Amor vero, amor pezzotto (contraffatto)

Capitolo 5
Amor vero, amor pezzotto
(contraffatto)



Può accadere in certi momenti di non aver chiaro se non intellettualmente – e a volte neppure tanto a questo livello – ciò che è opportuno fare e di dover lasciare da parte ciò che ci suggerisce il corpo ed anche il cuore se ciò che ci attira non si colloca nel posto giusto. In certi casi solo la terza c (la testa) regge e… conviene ascoltarla!

Perdonate l'excursus, ma se nel leggere questo post, vi va di sentire una bella musica che mi ispira davvero tanto, accomodatevi pure:





Quello che si deve fare si fa. Questo atteggiamento aiuta anche se, quando non è opportunamente motivato, può condurre a lungo andare alla tensione e allo stress. Ad esempio è noto in quanti casi l’infedeltà coniugale nasca in ufficio dove ciascuno dei coniugi si trova a trascorrere la maggior parte del tempo con persone che non fanno parte della propria famiglia e si finisce per confondere il piano personale con quello professionale. Si inizia a fare una confidenza con la collega (per lui) o con il collega (per lei), poi inizia la complicità e poi quando ormai ci si trova alla deriva (lei si che mi capisce) si comincia a parlare d’amore … e l’amore quello vero, quello di casa, viene tradito. Il caso – ahimè – classico è quello del marito, magari cinquantenne, con la segretaria ancora giovane, mentre la moglie comincia a sfiorire. È chiaro che normalmente queste relazioni “clandestine” denunciano una carenza della relazione primaria. Tuttavia i contesti difficili possono essere occasioni di crescita se si cerca di colmare le lacune di un’impostazione di vita o affettiva sbagliate. Si tratta della corretta contestualizzazione, che a volte è esattamente il contrario di ciò che la nostra natura ci porta a fare. 

“Cercare una cosa giusta nel posto sbagliato” (cfr Confessioni, X. 38) era il modo in cui sant’Agostino definiva il peccato.

Si sente dire che ”al cuor non si comanda…”

Balle! Al cuore si comanda - eccome! - se vuoi continuare a costruire con chi hai cominciato a farlo e vuoi tenere insieme i vari pezzi della tua vita che tendono a scollarsi. Quando il corpo è già partito e il cuore pure solo la testa comanda ed è lei che deve continuare a comandare se vuoi essere un vero uomo, una vera donna e non un semplice, bellissimo, meraviglioso... animale!

È così che “la fedeltà nel tempo è il nome dell’amore” (Benedetto XVI, Omelia a Fatima 12.5.2010) e l’unico vero amore è quello che si conferma nel tempo, mentre l’amore di un momento non è che l’anticamera, la prova generale dell’amore vero. Il solo sentimento senza la scelta razionale e l’impegno a prendere l’altro per sempre, è la controfigura dell’amore. Quanto pagheremmo per sapere se quello che abbiamo ora è l’amore della nostra vita? 
Attenzione…
Amore è impegno
Amore è sottomissione
Amore è gioia
Amore è donazione
Amore è dal cielo
Amore è sacrificio
Amore è per sempre
Oppure non è amore

Impegno. Si, in amore ci si impegna. Non è una discesa leggera, non è una passeggiata. In amore l’ “io” finisce dove comincia il “noi”. E pur rimanendo l’io e il tu, l’io di ciascuno, nasce questo nuovo pronome “noi” che è destinato ad essere declinato sempre in modo nuovo, di giorno in giorno e che diventa più importante del semplice “io”. Questo richiede sforzo, rinuncia, sacrificio appunto. In amore si perde la propria libertà per metterla nelle mani dell’altro… e ritrovarla trasformata, sublimata dalla nuova entità che nasce dall’incontro di due volontà che battono all’unisono, che si “com-muovono” in una danza speciale. Esistono bellissime metafore che accostano ora l’amore al ballo – e si capisce facilmente il perché: l’affiatamento non è scontato, va imparato e affinato – ora al letto, che va rifatto ogni giorno, pena il disordine e la trascuratezza.

Sottomissione. Già, sot-to-mis-sio-ne. Fremano pure gli amanti dell’orgoglio, quelli che devono stare sempre al di sopra e che “prima di tutto viene il rispetto” (verissimo, ma vale in entrambe le direzioni). Il mio caro amico Vittorio – felicemente sposato e padre di tre figli – sostiene che dopo pochi anni il suo matrimonio si sarebbe arenato se a un certo punto non avesse capito l’importanza di questo concetto e, ciò che più conta, non lo avesse vissuto nella dinamica di coppia dove, sostiene, prima o poi ognuno dei due deve giocare il ruolo di “scendiletto” (già: scendiletto) dell’altro: tu ti metti per terra e l’altro se vuole ti passa sopra e, se non vuole, rimane fermo e tu rimani lì disteso in attesa che l’altro ti passi di sopra e quando lo farà, se vuole, si soffermerà e magari ci salterà sopra e ci risalterà su ancora.  “E i due saranno una sola carne…” (Gn 2, 24) Hai capito davvero cosa significa questo? Cozza con il rispetto reciproco? No, quello, l’abbiamo detto, ci deve essere, ma in certi momenti l’altro ha bisogno di sapere che tu sei disposto (disposta) a fare di tutto per lei (per lui), anche sdraiarsi per terra e “mettersi al di sotto”: sottomettersi.

Gioia. Anche questo si capisce facilmente. La gioia di sentirsi amati, di amare, di sapere cosa si sta a fare nella vita, sapere perché esistiamo ma, ancora di più, per chi esistiamo. È sentirsi avvolti dall’amore e sapere che viviamo in esso, qualunque cosa succeda, che nulla potrà separarci da esso e sapere che questo ha una sola possibilità di durata: sempre.

Donazione. Sembra forse banale, ma lo è solo per chi non sa niente d’amore o per chi magari si trova sulla strada per conoscerlo, ma ancora non lo vive. Se si è capaci anche di fare regali dispendiosi, ma non si è disponibili a donare se stessi, si è da un’altra parte, non nell’amore.

Dal Cielo. Già, è un po’ difficile che si possa essere davvero innamorati e non sentire gratitudine per il Cielo che ti ha dato l’altro, non essere convinti di essere al centro di una corrente d’amore eterno che non si sa da dove parte e dove arriva o meglio: si sa che parte dal un punto imprecisato del Cielo e arriva ad un punto imprecisato della nostra anima. Che non siamo soli e che c’è un altro che ci pensa e che ci ha voluto mettere accanto lui o lei.

Sacrificio. Mi rendo conto che può non piacere, ma l’amore fatto di sguardi e di sospiri, di piacere sensuale, di unione fisica e basta è solo una parte dell’amore e, se si ferma qui, è una ben povera parte. Perché l’amore richiede sacrificio, se ne nutre almeno quanto si nutre del piacere e si sostanzia di esso, gli dà quel chiaroscuro che da a un quadro la sua profondità, lo spessore, la realtà. È un po’ come la cartina tornasole, la filigrana in controluce dell’amore vero. Quanti falsi amori si sono sfrangiati sugli scogli del sacrificio! Benedetto sacrificio, che nel rendere sacro – questa è la sua etimologia – quanto vi è di più sacro, in realtà lo rende vero.

L’amore è per sempre oppure non è amore. Ecco un altro sistema per capire se si tratta di un amore vero: questa parola magica vuoi tornare a ripeterla per tutta la vita alla persona che ami oppure non hai coraggio di dire le parole “per sempre”? perché in questo caso non “abiti” l’amore. Te ne manca un pezzo e, naturalmente, ti auguro di trovarlo.
L’amore, infatti, dà agli innamorati l’impressione di essere fatti per la persona amata e quella per noi. Che si vorrebbe vivere sempre con lei. L’amore non si esaurisce nell’innamoramento, che è solo il suo inizio: molto interessante è a tal proposito il libro “Innamoramento e Amore” di Francesco Alberoni (ed. Garzanti) o anche le profonde considerazioni di Bruto Maria Bruti nel sito Pagine cattoliche. L’amore fa provare una tenerezza infinita per l’altro al tempo stesso che ne constatiamo i limiti.

L’amore ti sconvolge, ti fa provare una passione violenta e ti stringe fra due ganasce: l’ammirazione sconfinata per l’amato e la pietà per i suoi difetti.

Quando, spaventato dalla grandezza dell’altro ti rendi conto che è povero di qualcosa che tu puoi dargli, stai attento, stai per innamorarti. Se poi dall’altra parte vi sono gli stessi sentimenti il gioco è fatto: vivete nell’amore. Riporto, a tal proposito le parole di quella meravigliosa canzone di Ornella Vanoni (il testo è suo)Una ragione di più”:

Sai, c'è una ragione di più
per dirti che vado via
vado e porto anche con me
la tua malinconia.


Cerco le mie mani, ti vorranno ancora
ma ci sarà chi me le tiene
oggi e domani e poi domani ancora
finché il mio cuore ce la fa.


Sei tu quella ragione di più,
mi hai chiesto talmente tanto.
Io, non ho più niente per te,
e ti amo, tu non sai quanto
amo da morire anche il tuo silenzio che non mi lascia andare via


vado ma se mi dici "non lasciarmi solo"
non so se il cuore ce la fa


è una ragione di più
è una ragione di più
è una ragione di più.

Lei, che lo ama ancora – “ti amo, tu non sai quanto / amo da morire anche il tuo silenzio (prima ganascia)” - sta per lasciarlo e gli dice che va via, ma se lui le dice “non lasciarmi solo” (seconda ganascia) lei non sa “se il cuore ce la fa”.
Oppure quell’altra canzone “Dimmelo tu cos’è di Antonello Venditti dove l’autore, di fronte a un amore appena finito, si chiede come fare a tornare a provare l’artiglio amoroso, nella difficoltà di riuscire a definirlo (“dimmelo tu cos’e?”):

“e che ti prende alle spalle e non ti fa tornare indietro,
più indietro…”

Si potrebbe scrivere a lungo di ciascuna di queste affermazioni, ma non è lo scopo di questo libro. Basterà qui ricordare che nei vari tipi di amore (si veda il libro di Karol Woytila, Amore e responsabilità, Marietti) che esistono vi è quello egoistico, di concupiscenza – mi piaci per il piacere che provochi in me – quello di compiacenza (o di amicizia) – mi piace stare con te – quello oblativo – ti voglio bene, voglio il tuo bene, talmente sono grato che tu esista. Se ci si ferma al primo, si rimane allo stato naturale, animale e manca tutto il resto. Ecco di seguito, in sintesi, qualche cartina tornasole dell’autenticità dell’amore:

1)   Sarei disposto ad amare anche se perdesse la sua bellezza?
2)   Fino a che punto sono pronto a sacrificarmi per lei (lui)?
3)   Lo (la) amo con i suoi difetti?

Politicamente scorretto? Sicuramente, ma se ci pensi bene è così. Perché abbiamo parlato d’amore? Perché,  contrariamente a quanto pensano i razionalisti, esso costituisce una parte assolutamente importante del nostro processo cognitivo e razionale al punto che chi dovesse pensare di non amare corre il rischio di essere tagliato fuori dalla conoscenza più profonda delle persone e delle cose. In realtà non c’è nessuno studioso che si avvicini agli oggetti del suo studio senza che vi sia un motivo di fondo – una passione - che lo lega agli stessi.
Lo snodo di fronte al quale ci troviamo è delicato e non possiamo parlarne che “in punta di piedi”. Ci troviamo adesso nel “santuario” della nostra coscienza e nessuno può violarlo. Dal momento che solo noi possiamo decidere in questo campo è estremamente importante fare in modo che essa sia ben sveglia e ascoltata. Ciò significa che ogni scelta ci si presenti nella vita può essere fatta chiamando in causa il nostro giudice interno o meno e se questo non accade questo non rimane senza conseguenze.
Sull’epitaffio della tomba di Immanuel Kant troviamo una frase tratta dalla sua “Critica della ragion pratica”:

«Due cose hanno soddisfatto la mia mente con nuova e crescente ammirazione e soggezione e hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.»

Se la nostra coscienza – che può essere esatta o erronea: possiamo cioè avere una consapevolezza di un fatto vero o falso – ci dice che noi non possiamo fare una cosa e noi la facciamo, a prescindere dal suo contenuto, sbagliamo. Ecco perché è estremamente importante che questa sia rettamente formata, attraverso lo studio, il consiglio di persone sagge e la nostra coerenza nel comportamento. Questo richiede capacità di ricerca, di saggio giudizio e di sapersi mettere in gioco. Sono molto poche le persone disposte a questo giacché, come si è detto, è scomodo, induce in alcuni casi ad abbandonare le proprie abitudini – in cui ci si sente come protetti, nel coaching si chiama “zona di comfort” – e talvolta addirittura anche le proprie compagnie. Per riuscire ad abbandonare la zona di comfort occorre in primo luogo avere umiltà riconoscere i propri errori (anche se, come Fonzie, il simpatico personaggio di Happy Days, possiamo provare difficoltà a farlo) e del proprio bisogno di miglioramento.
Caso
Un uomo e una donna non sposati fanno un viaggio insieme così si conoscono… e magari sboccia l’amore.
Già:…e poi vissero felici e contenti…Oggi una frase del genere non genera scalpore eppure si tratta di un’evidente de-contestualizzazione. Se ci piacciono le favole e vogliamo viverci siamo nella giusta prospettiva, ma se ci rendiamo conto delle conseguenze delle nostre azioni e ne vogliamo rispondere – se vogliamo comportarci da persone responsabili (dal latino respondeo) – allora forse dobbiamo collocarci in un’altra dimensione. La dimensione è quella di chi non fa il passo più lungo della gamba. Di chi non compra un’automobile se non può permettersela, di chi decide di avere un figlio quando c’è una famiglia ad attenderlo, di chi non “espone” la propria donna ad un amore incerto, provvisorio, a tempo.
Parliamo di contestualizzazione. Un’azione è buona o meno a seconda del fine, dell’oggetto e delle circostanze: devono essere presenti tutte queste condizioni. Il fatto di vivere in atteggiamento d’intimità senza che vi sia il contesto giusto è prendere qualcosa scartando il resto, come si fa con il grasso nel piatto di carne. Solo che qui è l’aspetto più inerme che viene scartato: è l’anima, che è delicata ed ha bisogno di una casa, di un tetto, che può essere quello di un albergo, di una casa da non sposati e di una casa da sposati. Solo nell’ultimo caso l’anima sta bene, in mezzo agli altri, dopo aver gridato all’altro e al mondo che lo si ama, che si vuole vivere con lui per sempre e non per caso, perché l’amore vero o è per sempre o non è. L’amore è, come abbiamo visto, donazione di se stessi disinteressata, incondizionata. L'amore che vuole provare l’altro non è l'amore vero.
Negli altri tipi di unione si perde qualcosa o molto dell’amore. Nessuno discute che ci sia amore ma è un amore impoverito, condizionato, non del tutto dichiarato.
“Sto con te perché ci sto bene. Se domani le cose cambiano...”
e via il tetto. Abbiamo tolto il tetto dalla casa. Certo, può essere romantico dormire sotto un tetto di stelle, ma vengono i momenti di pioggia e per quanto fresca e pura, non ti consente di dormire, di viverci… il tetto ci vuole, altro che! Sul terrazzino non viene bene.
Piuttosto controcorrente – politicamente scorretto – ma molto divertente e profonda è l’esperienza di Jason e Cristalyna che parlano di sesso ad un pubblico di adolescenti in un modo autentico e aperto.



Vivere in intimità con una persona senza essersela sposata è come prenderla sul terrazzino, senza quella protezione ovvia di cui l’anima ha bisogno o, se si preferisce,“costruire la propria casa sulla sabbia anziché sulla roccia” (Mt 7,21-27, che non a caso è una delle letture che si propongono agli sposi per la celebrazione del matrimonio).
Fisicamente fatta per accogliere l’uomo e poi il figlio dell’uomo, la donna è colei che lo protegge dalle intemperie e crea attorno a lui quel ambiente dove egli può riposarsi, dove può sentirsi a proprio agio. Domina assoluta dell’ambiente domestico, è colei che se ne prende cura al punto che lo stesso diventa un prolungamento della sua personalità. Si può dire che ella si identifichi con la casa, la donna, in un certo senso, è la casa. Per lei non è indifferente che quel oggetto sia lì piuttosto che là, per lei è estremamente importante che le cose siano non solo in ordine ma al loro posto. Per questo cerca di coinvolgere il marito nel sistemare diversamente l’arredamento: per lei è come cambiare pettinatura. E qualche volta lo fa prima – caro, non credi che il divano starebbe meglio lì? Oppure: non credi che potrei tagliarmi i capelli? – e a volte dopo – ti piace? Come sto? – suscitando le diverse possibili reazioni del marito che, come bene ci insegna Gray ne “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere” sono fondamentalmente diverse da quelle che in linea di massima sarebbero le sue.
La donna, forse per il fatto di aver ancestralmente o realmente portato in grembo l’uomo è l’unica che sappia capirlo, accoglierlo, considerarlo ancora e sempre, indipendentemente dagli anni che egli ha, un bambino piccolo, come dice John Lennon in “Woman”:

“Woman I know you understand the little child inside the man, please remember my life is in your hands.” Donna, so che capisci il bambino piccolo che c’è nell’uomo, per favore ricordati che la mia vita è nelle tue mani.”



…fino al paradosso che lei che anche fisicamente cambia di meno con il passare degli anni – ci sono donne che conservano una bellissima faccia da bambina anche oltre la mezza età – e che, sempre fisicamente, è protetta della forza fisica di lui, in realtà è lei a proteggerlo, con la sua cura, con le sue attenzioni – talvolta eccessive: “ricordati di portarti la maglia di lana!” “ma me l’hai già detto due volte…” – e risponde profondamente all’esigenza delle mille facce che s’incontrano per strada che sembrano dire, talvolta elemosinare: “vuoi prenderti cura di me?”. Facce spesso spezzate, come quelle di “Guernica” celebre quadro di Picasso, distrutte dalla battaglia della vita, alla ricerca disperata di un’unità di fondo, di “un centro di gravità permanente” direbbe Battiato.
Ecco ciò che un grande uomo ha scritto della donna:





“Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell'essere umano nella gioia e nel travaglio di un'esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita.
Grazie a te, donna-sposa, che unisci irrevocabilmente il tuo destino a quello di un uomo, in un rapporto di reciproco dono, a servizio della comunione e della vita.
Grazie a te, donna-figlia e donna-sorella, che porti nel nucleo familiare e poi nel complesso della vita sociale le ricchezze della tua sensibilità, della tua intuizione, della tua generosità e della tua costanza.
Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l'indispensabile contributo che dai all'elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una concezione della vita sempre aperta al senso del «mistero», alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità.
Grazie a te, donna consacrata, che sull'esempio della più grande delle donne, la Madre di Cristo, Verbo incarnato, ti apri con docilità e fedeltà all'amore di Dio, aiutando la Chiesa e l'intera umanità a vivere nei confronti di Dio una risposta «sponsale», che esprime meravigliosamente la comunione che Egli vuole stabilire con la sua creatura.”
Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.
(Lettera di Giovanni Paolo II alle donne, 1995)

Perché tanta insistenza sulla donna? L’ho detto prima con John Lennon: è chiaro che siamo nelle loro mani. Nonostante il mondo sembri governato da uomini in realtà è la donna la principale artefice della famiglia, il primo ambito sociale. Nessuna istituzione o azienda si regge senza sacrificio e se lei non si sacrifica la famiglia semplicemente non è. Questo vale anche per il marito ma ancora di più per la moglie. Una casa dove manca la donna è molto meno casa di quella dove manca l’uomo, anche se le conseguenze della mancanza del padre in famiglia sono altrettanto dannose. “Ma perché dovrei sacrificarmi proprio (o solo) io?” – potrebbe  dire lei – perché  il matrimonio e la famiglia si basano interamente sul sacrificio e senza di esso non è possibile mandare avanti una famiglia. Se a crollare è l’uomo la famiglia può reggersi ma se a venir meno è la donna, la famiglia crolla. Colpita la donna, colpiti tutti. Tutto.
Politicamente scorretto? Certo, ma, se ci pensi bene, è così.
Verso i sedici/diciassette anni ciascuno di noi è baconiano: distrugge tutto quello che trova - nei pensieri, nelle abitudini, nelle tradizioni – per poi ricostruirlo, come se fosse egli stesso a dare realtà e contenuto. In realtà è chiaro che ciascuno di noi deve far riferimento, come abbiamo già considerato, al patrimonio culturale dell’umanità per poi formulare le sue idee, il suo pensiero, i suoi ragionamenti che arriveranno molto spesso dove altri sono già arrivati magari dove noi stessi saremo in grado di apportare il nostro personale contributo. Arriva un momento in cui è necessario perdere il cordone ombelicale che ci tiene ancorati agli adulti per riformulare il proprio pensiero in modo autonomo e originale. Spesso, infatti, anche molto al di là del periodo dell’adolescenza, ciascuno di noi si comporta secondo modelli di idee e di comportamenti che gli derivano dall’esterno.
L’importante è rendersene conto e, stabilito qual è il proprio nucleo centrale di convinzioni profonde – quel “centro di gravità permanente” di Franco Battiato, il “nocciolo duro” di Max Formisano –, partire da lì per stabilire quali sono i nostri obiettivi e mettersi in gioco del tutto per perseguirli.
Occorre, infatti, avere il gusto della novità, il sapersi mettere in gioco, abbandonando la “zona di comfort”, anche se la verità può far male (qui è Caterina Caselli ad aiutarci ad esprimere il concetto, nella sua celebre canzone).
Infine, come si è detto, occorre onestà intellettuale: una cosa non è meno vera o meno giusta se entra in contrasto con le mie credenze ed abitudini. È evidente che non stiamo parlando del colore della barba di Leonardo da Vinci o degli occhi di Giovanna d’Arco, che, per quanto possa essere interessante saperlo, non cambia né la storia né tantomeno la nostra vita. È un po’ meno evidente che pochi sono disposti a procedere in questa direzione. Si tratta appunto di coloro che, pur non essendo maestri del pensiero e neanche opinion leader, vogliono avere il coraggio, l’onestà e la costanza di pensare autonomamente anche se i loro amici, i loro “compagni di strada”, le persone a cui sono legati affettivamente, la pensano diversamente.
Se si pensa alla storia degli scienziati, dei convertiti e a quella di molte anime solitarie forse non si avrà un’indicazione univoca di quale sia il cammino della verità, ma certamente si scopre che esso è arduo e faticoso. Se siamo convinti, con Socrate, che

“una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta”
(Platone, Apologia di Socrate, 38 A)

vale la pena di proseguire, magari togliendosi la giacca e la cravatta o, a seconda dei casi, i tacchi a spillo e decidere di mettere mano alla propria vita. Se ci sono idee o comportamenti che non si addicono a ciò che abbiamo scoperto essere vero dobbiamo abbandonarli, anche se costa (e costa). Coraggio: la verità non rimane inerte ma aiuta a lasciarsi conquistare. La verità ha la sua parte attiva:

“Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32)

lo dice colui che afferma “Io sono la via, la verità, la vita” e la sua Chiesa, nonostante noi uomini – in mezzo a innegabili problemi e difficoltà – è in piedi da oltre venti secoli. La verità vi farà liberi: colui che ha deciso di cercarla, colui che si è messo in cammino, colui che ha affrontato la fatica del viaggio, il freddo, il caldo, la solitudine, colui che ha rinunciato alla comodità, al letto, al cuscino godrà dell’ebbrezza della libertà e in questa libertà del pieno possesso di chi ama per sempre,
per sempre,
per sempre.
C’è un proverbio africano che dice

“è più facile scalare la montagna se si sa che c’è un amico ad aspettarti”.

Si tratta di capire se la vita che viviamo è una vita da vivere da soli o da vivere in due.
A questo punto può tornare utile individuare a quale categoria si  appartenga, se “scapoli” o “ammogliati”, ma prima leggi (e ascolta cosa scriveva John Lennon al figlio Sean – nella canzone Beautiful Boy del 1980 – poco prima di morire (frase citata all’inizio del capitolo IV):
“Close your eyes
Have no fear
The monster’s gone
He’s on the run and your daddy’s here
Beautiful,
Beautiful, beautiful, Beautiful Boy
Before you go to sleep
Say a little prayer
Every day in every way
It’s getting better and better
Beautiful, beautiful, beautiful
Beautiful Boy
Out on the ocean sailing away
I can hardly wait
To see you to come of age
But I guess we’ll both
Just have to be patient
Yes it’s a long way to go
But in the meantime
Before you cross the street
Take my hand
Life is just what happens to you
While your busy making other plans
Beautiful, Beautiful, beautiful,
Beautiful Boy,
Beautiful, beautiful, Beautiful Boy,
Darling, Darling, Darling Sean”.


“Chiudi i tuoi occhi
non aver paura
il mostro è fuggito
lui è in fuga è il tuo papino è qui
Bello, bello, bello
ragazzo bello
Prima di andare a dormire
dì una piccola preghiera
ogni giorno in ogni modo
tutto diventa migliore
Bello, bello, bello
Bel ragazzo
Navigando sull’oceano
difficilmente posso aspettare
che tu diventi grande
ma immagino che entrambi
dobbiamo essere pazienti
sì, c’è una lunga strada da fare
Ma nel frattempo
prima di attraversare la strada
prendi la mia mano
la vita è proprio quello che ti capita
mentre sei indaffarato in altri progetti
Bello, bello, bello
Ragazzo bello
Caro, caro, caro
Caro Sean”.

John Lennon, Beautiful Boy (Darling Boy) - 4:02
Album: Double Fantasy (1980)

La vita è proprio quello che ti capita mentre sei indaffarato in altri progetti.

È agghiacciante pensare che sarà proprio la vita a imporgli un progetto diverso quel 8 dicembre del 1980, quando gliela tolsero. A quell’epoca Sean aveva solo cinque anni. Suo padre non era un santo, era, però, un grande artista.

A te che pensi di poter fare a meno di Dio

Amico, amica, lascia che te lo dica: la società oggi ti fa credere che Dio non sia una priorità, anzi addirittura che Dio non sia affatto...